Deformità

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Luca l’aveva vista morire davanti a sé.

Le sirene dell’ambulanza riecheggiano in lontananza come urla di dolore. I soccorsi stavano arrivando, ma non ci sarebbe stato nulla da fare. Dal campanile spiovente in mattoni rossi che domina il centro del corso suonano tre colpi sordi di campana. La calura si infiltra nella pelle di Luca come tanti piccoli scarafaggi. Getta un’occhiata fugace da sopra la spalla e scorge con la coda dell’occhio un ammasso di persone curiose, sparpagliate nei pressi del corpo. Deglutisce con fatica. Ha come la sensazione di poter svenire da un momento all’altro. Giunge a una fontanella e si bagna la testa. Il getto è potente sulla sua nuca, schizzi d’acqua che si disperdono frenetici come tante piccole schegge.

Lei sta per attraversare la strada e sembra spensierata. Ha lunghi capelli castani che formano tante piccole onde, porta degli occhiali da sole rotondi e ha le labbra distese in una forma che ricorda quella di un sorriso appena accennato, inconsapevole.

Luca si ispeziona la maglietta e i jeans chiazzati d’acqua. Ora si sente meglio, un leggero senso di sollievo gli si accumula al centro del petto. I suoi pensieri recuperano un po’ di quella razionalità smarrita alla vista dell’orribile incidente.

Lei compie un passo, poi un altro e un altro ancora. È quasi a metà delle strisce pedonali, il suo sguardo mira dritto verso il bar in cui Luca è seduto a bere un caffè, e la sta sbirciando tra le pagine di un quotidiano.

La maglietta bagnata gli si attacca alla pelle come una ventosa nei punti in cui è zuppa d’acqua. Con le dita se la distacca dal petto e la scuote compiendo un movimento meccanico del polso.

Nel frattempo riprende a camminare, incrociando gli sguardi curiosi e circospetti delle persone che incontra, e che mirano alla direzione opposta alla sua. Tutta quella gente si starà domandando cosa sia successo, è normale, tutti se lo chiedono alla vista di un’ambulanza ferma in un luogo pubblico, con altrettanti gruppi di persone che sostano nei dintorni in cerca di risposte. L’uomo prova una sorta di banale eccitazione mista a una frivola curiosità in momenti come quelli. Ha bisogno di vedere, di capire, brama di poter riferire il suo dispiacere al vicino e al contempo ringrazia qualcuno lassù nel cielo per non essere lui quello a cui è capitato il fattaccio. Prova un distacco gratificante osservando la vittima, un distacco che non si misura in metri bensì in sensazioni.

Più la vittima è sconosciuta, più il distacco è maggiore e ricco di emozioni che esaltano e rendono gloria alla condizione di superiorità e sicurezza della persona esterna; al contrario, se la vittima è una persona che si conosce, o peggio ancora una persona vicina, un famigliare, il distacco si riduce sensibilmente, e la condizione della vittima tende a combaciare con quella della persona esterna fino a diventarne un tutt’uno.

Luca non riesce a staccarle gli occhi di dosso. È ipnotizzato dalla suadente eleganza del suo portamento. La sua falcata ricorda quella di una modella che sfila in passerella. Il vento le scompiglia i capelli per un attimo. L’attimo successivo una Jeep la centra in pieno a tutta velocità.

Luca cammina piano, respira grandi boccate di aria secca e umida. Cerca di controllare l’impulso di voltarsi nuovamente indietro. Poi cede, e nello stesso momento l’urlo straziante di una donna si leva in alto da lontano, inaspettato come il rombo di un tuono in un cielo estivo.

Immagina la madre di quella ragazza. Immagina il senso di impotenza che la sta devastando di fronte al corpo di sua figlia. Immagina i giorni a seguire e la lotta contro l’accettazione di una realtà ancora troppo surreale da essere considerata come vera. Una fantasia, un sogno lucido, un evento distante, sconosciuto, non previsto in nessun mondo esistente possibile.

Si sente la testa girare, gli sale un po’ di nausea, si ferma e si va a sedere su una panchina nelle vicinanze. È occupata per metà da due signore anziane che si stanno facendo aria con un ventaglio. Indossano delle vestaglie lunghe a righe e a pallini, il petto scoperto sino all’altezza di un seno cadente e abbondante. Luca osserva la pelle sudata e appiccicosa delle due donne, capelli corti e ricci attaccati alla fronte e la bocche a fessura che esalano sbuffi di aria tiepida. Sono in silenzio, ed entrambe hanno uno sguardo perso che punta verso il negozio di vestiario di fronte. Non si curano di ciò che sta succedendo in fondo alla via. Diventare anziani significa essere costretti ad accettare la propria condizione, con tutto quello che questa comporta: un corpo rugoso, piccoli o grandi acciacchi, una vistosa diminuzione delle energie e la contemplazione di un mondo che non è più il tuo e che muta continuamente a un ritmo schizofrenico. Si prova la sensazione di essere tagliati fuori. E più gli anni passano, più questa sensazione diventa tangibile sino a quando la malattia e la morte ti assalgono, e spazzano via quel che rimaneva dei tuoi sforzi tesi a restare vivo e umano e partecipe del mondo. A quelle due anziane signore sedute sulla panchina a fianco di Luca, non interessa di affacciarsi alla finestra della morte e della disgrazia per compiacere alla propria esistenza, così che tutti i loro fallimenti e le loro frustrazioni diventino banalità da riuscire a essere ignorate per un tempo determinato. Proveranno dispiacere, pena, sollecitudine, ma non prederanno parte a quel teatrino di curiosi. L’avrebbero potuto fare se fossero state giovani. È una viva possibilità che si sarebbe potuta concretizzare, ma anche no. Tuttavia, nello stato attuale delle cose, le due donne hanno alle spalle una vita che non possono più tentare di rivivere: non possono più reinventarsi, cambiare, diventare qualcuno che si desidera di essere e che non si ha mai avuto il coraggio di farlo. Tutti i loro fallimenti sono destinati a essere accettati e messi da parte una volta per tutte, e se risorgono a tormentare i loro animi, sono presto scacciati dalla amara consapevolezza che nel loro futuro non ci saranno più giorni in cui potersi riscattare. Ci sarà unicamente staticità e l’incontro fortuito o incombente con la fine.

Un ultimo sguardo alle due donne sedute sulla panchina, e Luca si rimette in piedi e continua la sua marcia tesa ad allontanarsi il più possibile dal luogo dell’accaduto. L’aria secca si palesa in sporadiche folate che profumano di foglie e fiori.

Lo stridore di una sterzata e un botto secco, un suono simile a quello di un pallone di tela che scoppia. Il corpo della giovane donna viene spazzato via senza che Luca abbia il tempo di accorgersene. Rimane paralizzato sulla sedia, mentre alcune persone nei paraggi gridano e chiamano i soccorsi e si avvicinano al corpo della ragazza. Dalla jeep scende un uomo di mezz’età. Luca lo osserva portarsi le mani sul viso, poi sulla testa, tormentarsi come un forsennato, gli occhi dilaniati e la bocca contorta. Quando Luca si alza dalla sedia, la vede.

Il corpo dista almeno una decina di metri da lui. Non capisce se la ragazza sia ancora viva, se respira, se compie piccoli movimenti tesi a chiedere aiuto.

Luca si avvicina, il respiro in affanno, le persone cominciano ad accalcarsi, schiene piegate e volti paralizzati.

Una ragazza vomita nelle vicinanze. Chiede scusa senza riferirsi a qualcuno in particolare, e prosegue a camminare pallida in viso.

Luca sente un uomo sulla cinquantina, alto e con un paio di baffi folti che gli si distendono sul labbro superiore fino a coprirlo del tutto, parlare al telefono con sua moglie: «Ero proprio davanti amore, stavo per attraversare anch’io, è stato orribile, la ragazza ora è stesa a terra, sembra morta, potevo morire amore, potevo morire anch’io».

Luca lo sorpassa ed è sempre più vicino al corpo di lei. Nota che l’uomo che si trovava alla guida dell’auto è piombato in un profondo stato di shock. Si è seduto sul bordo del marciapiede. È cadaverico, l’espressione contratta in una smorfia che rasenta la disperazione, gli occhi vacui e la fronte imperlata di sudore. Non parla. Immobile, fissa il vuoto in una maniera così intensa da poter essere scambiato per una statua di cera.

Ora Luca si trova a poca distanza dal corpo. Non ci mette molto a comprendere che per quella ragazza è tutto finito. Tutto si è risolto in una manciata di secondi. Probabilmente non si è nemmeno accorta che stava per morire. Nel caso contrario, quei pochi secondi sfuggevoli che avevano preceduto allo schianto erano stato indecifrabili e impossibili da elaborare.

Luca cammina attorno al corpo tenendosi a debita distanza. Un uomo che sostiene di essere un infermiere è in ginocchio a fianco della donna, urla di allontanarsi il più possibile.

Lo sguardo di Luca si poggia sul viso di lei. Gli occhi sono spalancati come quelli di una persona che viene spaventata all’improvviso. Rasentano l’orrore, il terrore, la paura di morire. La sua mascella non sembra più essere in asse. La bocca è spalancata e il mento tende verso il basso, sfiora il cemento. Il suo viso è deforme. Il volto di quella giovane ragazza affascinante, dalla camminata cadenzata, morbida ed elegante, che pochi minuti prima Luca stava osservando con occhi che tradivano un’ombra di desiderio, ora è scomposto, osceno, il palmo della mano ossuto della morte le si è posato sopra per derubarla della vita, l’attimo seguente il suo viso si è rotto in mille pezzi.

L’urlo di un passante desta Luca dallo stato di profonda trance in cui era piombato, mentre osservava il volto della giovane ragazza.

La sua mente fugge dalla tenebra che si stava insinuando lentamente, strisciando come un serpente velenoso. Il volto squadrato di lei è piegato verso di lui. Una richiesta di aiuto, una maledizione, un messaggio che lo invita a ricordarsi di lei.

Luca si volta di schiena. Si allontana dondolante, le forze lo hanno abbandonato.

Gli occhi di lei  pesano sulle sue spalle come macigni. Sente di dover urlare a squarciagola e liberarsi di qualcosa di indefinito che gli si sta accumulando dentro al corpo come spazzatura.

Si volta nuovamente all’indietro. La calca di persone è aumentata. Schiene su schiene. Volti spaventati, increduli, sbigottiti. Movimenti frenetici con le mani, passi nervosi uniti a parole appena sussurrate a se stessi.

Luca distoglie lo sguardo dalle persone lì attorno e lo punta in direzione del cielo. Osserva due nuvole bianche, gonfie e distese sullo sfondo di un azzurro pallido.

Dopo qualche secondo, le stesse nuvole gli sembrano stare assumendo la forma di due occhi giganti.

Luca si strofina la faccia. Rialza lo sguardo. Le nuvole ora si sono unite in un’unica bocca storta e spalancata.

L’istinto di urlare. Luca lo trattiene smorzando il respiro.

Intravede la sagoma di una fontanella in lontananza.

Necessita di bagnarsi la testa. Gli spessi raggi del sole lo stanno uccidendo.

Progetto parallelo

Vi segnalo un progetto parallelo che gestisco con altre persone, così da poter rimanere in contatto anche sull’altro canale.

Beitempiandati

Nasce come una rivista di arte e cultura, racconti, recensioni, rubriche e promozione di artisti emergenti italiani.

P.s. Cerchiamo collaboratori per ampliare la “redazione”.

Nel caso foste interessati, potete scrivere all’email beitempiredazione@libero.it

Grazie e a presto.

Radici

Ho chiamato mia madre, stamattina. Ero seduto in un bar all’aperto, bevevo un caffè e osservavo il muro verdognolo e increspato del palazzo di fronte.
Avevamo la tintura di casa dello stesso colore. Mi è salita una strana nostalgia, ho preso il telefono in mano e ho composto il numero.
Mamma, ciao. Sono io. Avevo voglia di sentirti. Il lavoro va alla grande, sai, da quando mi sono trasferito in una città grande sono cambiate molte cose, sono cambiato io. È un’esperienza che ti rafforza, quella della metropoli. Sei costretto ad abbandonare tutti i tuoi schemi sempliciotti e provinciali, hai modo di confrontarti con persone di larghe vedute, sulla metro ci sono così tante persone provenienti da mondi e culture diverse, sai, a volte mi sento piccolo, provo un senso leggero di inutilità, come se non fossi abbastanza per il mondo, per gli esseri umani, per me stesso.
Certo, lo so, me l’hai sempre detto che sono l’orgoglio della famiglia. Papà non avrebbe mai creduto che me la riuscissi a cavare come ho fatto sino a ora; e nemmeno io, ci avrei scommesso.
Ho lasciato casa sospinto dalla tua leggerezza, dalle tue parole rassicuranti, ricordi? Posso ancora avvertire sulla pelle la tua mano calda che mi dà un pizzicotto affettuoso alla guancia, in aeroporto, prima di imbarcarmi su un aereo che dalla Sardegna sarebbe atterrato qui, a Milano.
Il sapore della tua cucina, sai, mi sembra di sentirlo in bocca quando ci penso. Mi tornano alla mente i pranzi sotto il pino selvatico, con papà che protestava e avanzava il diritto di poter decidere dove dovessimo mangiare, e tu che gli rispondevi che c’era un clima perfetto per apparecchiare all’aperto.
Nei vostri sguardi c’è sempre stato amore. Vi osservavo sai, lo facevo spesso. Lo sguardo spento e stanco di papà iniziava a brillare quando si incantava nei tuoi occhi.
Mi manca poterti guardare in viso, e scorgere in ogni tuo lineamento la sicurezza di casa e il senso di appartenenza.
Non è facile essere soli, non lo è per niente. Quei pochi visi noti qui a Milano, appartengono a persone con cui non ho un vero e proprio legame.
Sono giunto alla conclusione che è proprio il senso di appartenenza il bisogno più recondito dell’essere umano. Non siamo fatti per appartenere unicamente a noi stessi. E ora più che mai me ne sto rendendo conto sulla mia pelle. Sì, proprio io mamma, io che ho sempre fatto della solitudine la mia bandiera.
Devo andare ora, sei con me sempre.
E dal cielo, ho staccato gli occhi e sono andato a pagare.

India

Sabato è il giorno in cui Eva si è alzata verso le dieci di mattina – dopo aver trascorso la serata a bere Gin Tonic in un bar assieme a tanta altra gente di cui non le importava nulla, e a fumare sigarette con avidità tra una sorsata e l’altra – e ha ricevuto una chiamata dalla sua amica Elena, che l’ha convinta a prepararsi in fretta: trascorreranno il weekend al mare.
Aveva altri programmi per oggi. Avrebbe fatto colazione e sarebbe uscita in bici, da sola. La si sarebbe vista pedalare con indosso un sottilissimo vestito di lino che, fluttuante e aderente alle forme del corpo, avrebbe suscitato meraviglia in ogni passante.
Ritornata a casa, si sarebbe cucinata un piatto di pasta e avrebbe messo su un disco dei Rolling Stones. Le ricordano la sua giovinezza, e specialmente al sabato e alla domenica avverte la suadente necessità di lasciarsi inghiottire nel vortice della nostalgia. Se ci si affaccia alla finestra dei suoi occhi azzurro oceano, si potrebbe scorgere la sagoma di una bambina di cinque anni, sorridente e sprizzante di energia, seduta sulle ginocchia di suo padre, mentre sua mamma, entusiasta di mostrare loro l’aspetto invitante della torta appena sfornata, li raggiunge in giardino e li invita a seguirla con fare misterioso.
Il padre la prende in braccio e le fa fare l’aeroplano. Nell’aria c’è odore di estate; quello aspro del cloro nell’acqua della piscina rettangolare, sale verso il cielo a ogni folata di vento. Sul bordo di marmo della piscina, ci sono dei salvagenti a forma di piovra e di delfino e una bottiglia di birra in vetro, vuota.
Un attimo di vita, il battito di ciglia della madre che aveva preceduto la sua gioiosa camminata verso la porta d’entrata, cullata dall’aspettativa che suo marito e sua figlia l’avrebbero seguita, e il cuore di suo padre che aveva ceduto all’improvviso e non si è più rianimato. Nemmeno quando Eva, ingenua e sognatrice, aveva tentato di risvegliare il padre baciando ripetutamente la sua fronte, mentre l’ambulanza, invano, schizzava con le sirene accese verso il villino che sua madre avrebbe venduto per garantire a lei e alla figlia qualche anno di sicurezza in più. A quei tempi lei era una casalinga: badava a Eva, cucinava, lavava, stirava, si prendeva cura delle arrabbiature, della stanchezza, dei rari momenti di sconforto di suo marito, della iperattività eccitante ma, a volte, sfiancante di Eva, risolveva i dissidi con i vicini che non sopportavano l’odore di bruciato proveniente dalla loro griglia, e ci metteva il cuore. In ogni cosa, dentro la casa, dentro suo marito, dentro Eva, c’era un pezzo del suo cuore.
Costrette a fare i conti con un presente bruciante, le due piccole grandi donne si erano imposte di ricominciare altrove. Eva se lo ricorda lucidamente quel periodo; se lo ricorda come l’interminabile scorcio di tempo in cui l’assenza di suo padre le sembrava incomprensibile; lo era stato così tanto da ritrovarsi più volte buttata su un divano terribilmente scarno, sfinita dai pianti e dai singhiozzi assieme alla madre che l’abbracciava con rassegnazione.
Sua madre avvertì il bisogno di ritagliare del tempo per loro, di viaggiare: avrebbe fatto bene a entrambe. Domandò a Eva cosa ne pensasse se fossero approdate in quel paese tanto strano e velato di misticità che suo padre decantava con occhi sognanti quando era ancora in vita.
Eva ricorda l’India come una pace, una primavera senza fine, una rinascita, quella di una bambina di sei anni che a mano a mano riacquistava l’equilibrata lucidità per affrontare la vita senza il suo grande uomo barbuto e coi capelli lunghi e bianchi raccolti in un elastico.
Sua madre le aveva scattato una foto mentre lei si trovava a cavalcioni sul dorso di un enorme elefante. L’’espressione dipinta sul suo volto è divertita ma allo stesso tempo puntellata di spavaldo timore.
Quell’elefante, avrebbe poi confidato a sua madre, le aveva sussurrato un segreto attraverso la lunga e rugosa proboscide. L’ aveva raccomandata di non dirlo a nessuno, ma era un bel segreto, glielo assicurava ogni volta che le chiedeva di svelarglielo. Un pomeriggio, già adolescente, Eva si era messa a osservare con rinnovata curiosità la foto di lei e dell’elefante, e le era tornato in mente quel momento in cui si era convinta che in realtà quell’enorme animale grigio e chiazzato di fango rappresentava la reincarnazione del padre. Il Dumbo le aveva avvicinato la proboscide all’orecchio e – come era solito fare suo padre – le aveva bisbigliato qualcosa che aveva mosso in lei del sano e vivace stupore. Non aveva più memoria di quale fosse il misterioso segreto che aveva preso vita dalla sua fervida immaginazione. Probabilmente che suo padre la stava osservando da lassù, che poteva parlargli ogni volta che volesse, che si potesse confidare con lui indirizzando semplicemente lo sguardo al cielo.
Sua madre non le aveva mai detto cose simili, le aveva sempre presentato la realtà in quanto tale: viva, cruda realtà. Non c’è nulla di stupefacente né di terribile: c’è solo realtà. La morte di suo padre ne faceva parte. Doveva accettarlo.
Crescendo, Eva divenne allenata ad osservare il mondo con severo distacco. Le persone le suscitavano una sensazione sterile, e difficilmente riuscì a legarsi a qualcuno. Altrettanto raramente accadeva che riuscisse a meravigliarsi dei doni della natura, e considerava la vita come fluida semplicità annerita dal pensiero degli uomini. Lo scacco matto meglio riuscito, autoinflitto dall’uomo all’uomo.
In più di un’occasione non diede importanza alle ingiustizie che le si pararono davanti. Si lasciava investire con apatica fermezza. Sua madre la rimproverava, e ogni momento era buono per ricordarle che ormai stava diventando grande. Diventare adulti, per Eva, non rappresentava un traguardo da raggiungere, un passo importante, una somma di tante piccole grandi responsabilità che si univano divenendo un’unica grande entità che si impadronisce del tuo futuro. Eva era diventata matura quando non gli spettava di esserlo.
Nonostante tutto, riuscì a ritagliarsi il suo spazio vitale. Un ambiente piccolo e angusto, dall’aria fitta e con le porte serrate.
Eva è diventata un architetto di discreto successo. L’asettica arte della progettazione di cose materiali prive di vita: ecco cosa significa per lei l’architettura. Anche nel suo lavoro, la si vede nei panni di colei che non riesce a ricavare gioia e soddisfazione.
In cuor suo, Eva ha sempre e inconsciamente desiderato che l’elefante la inghiottisse. Anche quando la si vede preparare lo zaino da portarsi dietro per il mare, e fuori dalla finestra il sole splende in un cielo senza nuvole, l’elefante è in attesa.
La sta aspettando.

Sessanta secondi

Carlo entra in casa.
«Mi hanno licenziato, Dio, lo hanno fatto!». Lascia cadere la ventiquattrore a terra in maniera disinteressata.
«Non ne posso più Althea, sono esausto, non me ne gira una buona». Estrae un pacchetto di sigarette dalla tasca del giubbotto ancora indosso, e se ne accende una. Mi fissa atterrito per qualche secondo, sbuffa una nuvola di fumo e si viene a sedere a fianco a me, sul divano.
«Amore», dico, «era da molto che respiravi aria tesa dentro quell’ufficio, dovevi aspettartelo». Gli accarezzo i capelli e gli rivolgo un’occhiata rassicurante.
«Ma non capisci, non capisci proprio che alla mia età trovare un altro lavoro è ancora più difficile?»
«Sciocchezze. Ricordi Alberto, quel mio collega che…». Non mi lascia finire la frase.
«Quello che veste sempre coi cardigan? Quello con cui avevo il sospetto tu mi tradissi?». Si passa una mano attorno alla bocca ripetutamente.
«No, non me lo ricordo. Non voglio ricordare, più che altro. Se ci ripenso, mi sale una cosa in mezzo allo sterno»
«…»
«È inutile che rimani in silenzio. C’era così bisogno adesso di nominare dentro le nostre mura questo Alberto? Ti chiamava di notte, puoi dirmelo ora, era lui a chiamarti di notte, non è così Althea?». Il suo sguardo si incupisce, abbandonando l’aria triste e indifesa dipinta sul suo viso pochi istanti prima.
I suoi occhi profondi si fossilizzano su di me, non mi lasciano scampo, non transigono il minimo errore, captano ogni segnale del mio corpo in maniera attenta e minuziosa; respira Althea, sii all’altezza.
«Stavo solo cercando di mostrarti il bicchiere mezzo pieno, e tu, AL SOLITO, non sai mai apprezzare i miei tentativi di migliorare il tuo umore spezzettato e altalenante»
«Sai cosa ti dico Carlo? Arrangiati. Ti hanno licenziato? Arrangiati». Tento di alzarmi dal divano ma la sua mano spessa e pelosa mi cinge un polso e mi tira verso il basso.
«Non abbiamo finito, tesoro. Siediti».
Vuole andare a fondo: ha intenzione di scavare tra i ricordi, di analizzarli, di classificarli, di elaborarli sofisticatamente; è in cerca di qualsiasi dettaglio che possa essere mosso contro di me, che mi infanghi, che gli dia ragione.
«Non toccarmi, Carlo. Dico sul serio, non farlo mai più in quel modo»
«Che c’è? Qualcosa non va, Althea? Sei nervosa?». La sua espressione assume tratti diabolici.
«Carlo, per piacere»
«Cosa? Dimmi, devi solo rispondermi sinceramente: era o non era Alberto a chiamarti di notte?»
«Nessuno mi chiamava di notte, nessuno. È tutto frutto della tua immaginazione malata»
«Il fatto che sia trascorso un anno non mi dà il diritto di dimenticare permanentemente. E soprattutto, non dà a TE il diritto di eludere a tuo marito cose che potrebbero compromettere il nostro matrimonio. Dico male?».
Inizia a sudare, il suo colorito tende al rosso porpora, il collo gli si sta gonfiando, la sua mano scimmiesca si apre e si chiude senza criterio; l’altra è ancora stretta al mio polso.
Me lo immagino addosso con tutto il suo peso, mentre con entrambe le mani mi circonda il collo e mi strozza senza darmi scampo. Me lo vedo seduto sopra il mio bacino, con le gambe divaricate e strette attorno ai miei fianchi in una morsa letale.
Il cuore comincia a battermi con più frequenza. Mi manca l’aria. Claustrofobia.
Il suo fiato puzza di fumo. Respira forte col naso: mi provoca fastidio; mi deconcentra.
«Non so davvero di che parli. Sarà capitato qualche volta e non si trattava di nessuno in particolare: chiamate di servizi clandestini che volevano propormi offerte telefoniche e cose del genere per incastrarmi»
«Sarà capitato anche te immagino». Gli rivolgo un sorriso benevolo.
«Puttana che non sei altro».
Il tono della sua voce è forte e scuro. Quasi opprimente.
«Mi tradivi con quel finocchio coi cardigan, lo so bene, eri quasi riuscita a farmelo dimenticare. Doveva succedere prima o poi»
«E dimmi, cos’è successo ad Alberto? È stato licenziato pure lui? Non me lo avevi mai detto prima. Come mai?». Il suo tono tende all’ironia subdola.
«Non credevo ti importasse. E comunque, Alberto si è licenziato spontaneamente, aveva cinquantacinque anni e ora vive in Brasile. Lavora lì, ed è felicemente sposato se può farti sentire meglio».
Silenzio.
Un gran silenzio.
La sue dita si allentano attorno al mio polso. Ci guardiamo fissi negli occhi mentre l’orologio a muro ticchetta a ogni secondo che passa. Mi concentro sul suono della lancetta e ne conto i battiti.
Cinque, dieci, quindici: mi molla il polso. Ho un segno rosso lì dove mi stringeva.
Venti, venticinque, trenta: si alza dal divano. Ha ancora il giubbotto addosso. Indugia al centro del salotto. Mi dà la schiena.
Trentacinque, quaranta, quarantacinque: si sveste e appende il cappotto all’attaccapanni all’entrata.
Quarantacinque, cinquanta, cinquantacinque: sfuma nel corridoio e sbatte la porta di quello che dovrebbe essere il bagno.
Sessanta: lo sento urlare. È un suono primitivo, grave, istintivo.
Era trascorso un anno dall’ultima volta che avevamo discusso per questa questione.
È bastato un minuto, questa volta. Il minuto più chiaro della vita di mio marito.

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Vista mare

Era una casa con la vista mare, niente più niente meno. Ci venivamo appena possibile, io e Samanta.
La costa si estendeva spiovente dalla strada, io rallentavo con la macchina e respiravo a gran boccate come per sentirne l’odore della salsedine. Ci fermavamo, poi, in un bar nei paraggi. Compravamo delle focacce e delle brioche alla marmellata e alla crema da portar via. Percorrevamo una salita e giungevamo dinanzi un porta di legno consunto con una grossa maniglia dipinta di verde. Quindi entravamo, una rampa di scale e subito si stagliava a noi la parete a vista che dava sulla distesa marina. Rimanevamo sospesi a mezz’aria ogni volta che ci imbattevamo in quel panorama. Ricominciavamo a respirare regolarmente solo dopo qualche manciata di minuti, mangiavamo le nostre brioche e facevamo l’amore. Era bello.
D’inverno ce ne stavamo a casa, cucinavamo del pesce, e parlavamo di tanti argomenti sdraiati su due sedie allungabili che sistemavano di fronte alla vetrata. Ci raggomitolavamo in delle coperte impolverate che ci scordavamo puntualmente di riportarci a casa per dare loro una pulita, ci accendevamo una sigaretta e sbuffavamo verso il mare. Rimanevamo così per ore a pianificare, a pensare al nostro futuro, a lamentarci della vita, di quanto ci stesse stretta la nostra quotidianità, e fumavamo e mangiavamo le focacce al prosciutto del bar all’angolo, che durante il periodo di bassa stagione faceva così fatica a rimaner aperto che doveva raddoppiare il prezzo degli alimentari.
Magari la sera stessa dovevamo ripartire per essere al lavoro l’indomani. Ci chiudevamo dietro di noi la porta dalla grossa maniglia verde e avvertivo un tonfo malinconico al cuore. Immagino che Samanta provasse la stessa identica sensazione. Non gliel’ho mai domandato: le guardavo gli occhi.
Non aveva nulla di speciale, quella casa. E di speciale, non aveva nemmeno la località in cui era situata. Una piccola cittadina di mare che aveva visto crescere mio padre. È l’unica cosa che mi ha lasciato e io gliene sono grato. Lo rivedo, da piccolo, trotterellare per il piccolo salotto o incantarsi davanti alla vetrata, appannando il vetro col fiato sino a disegnare con il dito indice fiori e case con il tetto a punta.
Anche se il mobilio potrà scomparire o mutare, anche se i muri verranno ridipinti, anche se una parete verrà buttata giù per creare una nuova stanza, residui invisibili di esistenze umane si annidano nei luoghi in cui queste hanno vissuto e te ne fanno respirare il loro passato. Ricordo mio padre da piccolo, ed è un ricordo che non si è sedimentato nella mia mente attraverso l’esperienza: è stata la sua casa con la vista mare a farmi questo regalo.
D’estate, io e Samanta trascorrevamo parte della giornata in una piccola spiaggia poco lontano. Ci svegliavamo presto, io indossavo una camicia aperta per metà e un costume a fiori; lei un vestitino con le spalline fini. Camminavano spensierati percorrendo i vicoli delimitati da palazzi freschi e che sapevano di muschio. Con l’avvicinarsi della sabbia ci toglievamo le infradito e continuavamo scalzi sino alla riva. Attendevamo che l’acqua giungesse a bagnarci le dita dei piedi. Era tutto una frenesia amalgamata da una frizzante e scoppiettante semplicità. Niente di maestoso, di eclatante, di grandioso. Unicamente io e Samanta avvolti dallo stupore di piccoli momenti che percepivamo magici alla stessa maniera.
I raggi vibranti del sole ci infilzavano la pelle e ci lasciavamo scottare senza protezioni. Tornavamo a casa verso le cinque di pomeriggio, rossi come pomodori, intrisi di sabbia e coi capelli appiccicati dal sale.
Facevamo la doccia insieme, e la vita vissuta nelle ore trascorse giù in spiaggia scivolava via dai nostri corpi e si riversava nello scarico della vasca da bagno. Ne uscivamo puliti e profumati, pronti per lavar via altra vita, e sempre, sempre altra vita.
Avevamo comprato un cane, una primavera. In realtà ce lo avevano regalato degli amici a seguito di una cucciolata. Samanta l’aveva voluto chiamare Zeus. Io lo trovavo un nome scontato e glielo avevo detto. Se l’era presa da morire. Il veterinario, poi, ci aveva comunicato che si trattava di una femmina. Zeus era diventata Africa per via di una macchia che ne ricordava la forma del continente.
L’arrivo di Africa nelle nostre vite ci aveva fatto sentire una piccola famiglia. Eravamo orgogliosi di noi stessi. Ci affacciavamo alla vetrata, e di fianco a noi e alle nostre sedie allungabili adesso c’era Africa sdraiata col muso poggiato a terra.
Capitava di addormentarci così, alle volte.

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La cravatta

Le 7:15 di mattina, Lea si alza per prima e lascia Giorgio dormire ancora un po’. Non appena la pianta dei piedi poggia sulle piastrelle fredde del corridoio, si eleva sulle punte e ritorna in camera da letto. Resiste alla tentazione di rimettersi sotto le coperte per un altro quarto d’ora, si infila le ciabatte e si dirige al bagno. Quando si siede sulla tazza del water, un brivido di freddo le fa venire un accenno di pelle d’oca. Si sciacqua la faccia, si ispeziona allo specchio e un brufolo all’altezza dello zigomo le ricorda che il ciclo è in procinto di arrivare.
Mette su il caffè e nel frattempo comincia a vestirsi: una camicetta bianca sotto un maglione ocra e dei jeans aderenti. Il borbottio della caffettiera si palesa nel momento in cui la si vede impegnata a imprecare contro la cerniera dei pantaloni che fatica a chiudersi sino alla fine: eppure non si vede ingrassata. Il bottone non si chiude, e se anche lo facesse, rischierebbe di bloccarle la circolazione dalla vita in giù. Ha solo trentaquattro anni: per morire così stupidamente c’è ancora tempo. Che vada al diavolo il bottone, sussurra, mentre si versa del caffè in una tazza grande. Lo corregge con un po’ di latte e si affaccia alla dispensa in cerca dei biscotti. Poi, il bottone le rammenta che ha preso peso. Andrà bene solo il caffellatte.
La televisione non la accende. Di mattina presto ha voglia di pensare, di programmare, di immaginare. La giornata che l’aspetta non avrà nulla di speciale dalle altre: solita routine: lavoro, pausa pranzo, lavoro, casa, cena, forse un film con Giorgio, magari del sesso, una sigaretta prima di andare a dormire e il count down delle ore che le restano da dormire quando punta la sveglia sull’Iphone.
Un sorso di caffè, Giappone. Il paese del Sol Levante. Tokyo.
Due sorsi di caffè, Portogallo. Lisbona. Patria di esploratori e naviganti.
Tre sorsi di caffè, Giorgio si palesa in mutande e maglietta, le domanda se è rimasto del caffè e sparisce in bagno senza attendere una risposta. Qualche secondo dopo gli urla di no; dopodiché lancia un’occhiata al caffè ancora abbondante nella tazza, si alza dal divano, ispeziona la caffettiera e si versa quel poco che ne era rimasto. Ci vuole coerenza nella vita.
Giorgio attacca a lavorare più tardi di lei: è una cosa che gli ha sempre invidiato; e guadagna anche qualche centinaio di euro in più: è qualcosa che le ha sempre fatto comodo.
Non appena riprende a fantasticare sul mondo e su tutti i bei posti che ancora non ha visto e che tanto vorrebbe, Giorgio le appoggia le labbra sulla fronte e le fa scoccare. In quel preciso istante, un leggero rimorso si insinua tra le sue viscere. Non le andava nemmeno tutto quel caffè.
È egoista e non dovrebbe esserlo. Lo è stata sin da bambina, quando le sue amiche le chiedevano di poter giocare con le sue bambole e lei glielo vietava; o quando le chiedevano un morso di merenda e lei si ficcava l’intera brioche in bocca, rischiando puntualmente di soffocare.
Non si cambia, in effetti. È una leggenda popolare quella del cambiamento. Si muta solo nell’aspetto. Quello che si ha dentro è solo un evolversi in corrispondenza dell’età cerebrale: considerare quella anagrafica metterebbe a rischio la reputazione di molte persone.
Lei è nata egoista. Lei è sempre stata egoista. Lea non cambierà.
A Giorgio scappa una scoreggia nell’atto di svitare la caffettiera. Si gira verso di lei e le sorride con fare sornione. Ops, dice.
Giorgio scoreggia spesso, ora che Lea ci pensa. Fa bene, quindi, a essere egoista.
Ma il suo non è un egoismo sano. Coesiste una punta di crudeltà nei gesti che lei etichetta come semplici atti e fatti quotidiani condivisi da tutto il genere umano. Tutti sono egoisti, lei non ne è esclusa. Eppure, a volte si sente sporca. Osserva Giorgio riempire il filtro della moka e se ne dispiace. Si preoccuperebbe maggiormente se non avvertisse nemmeno un minimo di risentimento.
Magari qualche seduta da uno psicologo. Ci ha già pensato, ma non potrebbe nasconderlo a Giorgio: è così presente nella sua vita da non potergli eludere alcunché. Non le dovrebbe dar fastidio, ma quando ci pensa si sente violata. E perché mai dovrebbe vergognarsi di comunicare a Giorgio che ha intenzione di recarsi da uno psicologo per qualche seduta? Ah, é egoista; lo è così tanto da faticare di ammettere alla persona che ama che parlare con qualcuno dei suoi problemi e della sua vita in generale le farebbe bene. Preferisce tenerselo per sé. Così niente psicologo, niente crescita personale, niente cambiamento.
Anche oggi farà il suo dovere, si relazionerà con i suoi colleghi, scambierà qualche chiacchiera amalgamata da una manciata di sorrisi, ringrazierà i dipendenti della mensa che le rispondono sempre con gentilezza quando lei domanda loro la cottura della carne, che genere di sugo sia quello che condisce la pasta, se le verdure grigliate sono fresche, e farà finta che il caffè delle macchinette sia più decente del giorno prima. Cercherà in tutti i modi di restare positiva e di essere una brava persona così da non venir soffocata da quella sensazione di sporcizia e di unto che si percepisce addosso.
Gli occhi le cadono sulla cravatta che Giorgio si sta annodando. Se lo immagina strozzato, da quella cravatta. Un flash di un millesimo di secondo. Manda giù l’ultimo sorso di caffè a malavoglia e risciacqua la tazza.

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